fino al 6 agosto 2021

JOÃO COELHO

Riding the turtles

11 giugno 2021

a cura di Batsceba Hardy e Christine Enrile 

“I avoid photographing people or scenes that, due to their violence, obscenity, racism or religious beliefs, go beyond what is acceptable, even from a documentary or journalistic photo point of view.” L’artista riesce a trasmetterci proprio questa grande sensibilità e rispetto grazie alle sue foto in bianco e nero.

Osservando il susseguirsi dei suoi scatti entrerete in un mondo fatto di semplice immaginazione. Ciò che viene documentato dal fotografo è  infatti il gioco di un gruppo di bambini di 6 e 7 anni in Angola, più precisamente sulla cosiddetta Mabangas Beach dove si trova un’immensa distesa di gusci di conchiglie. I Magambas sono un comune mollusco della costa occidentale dell’Africa, molto utilizzato nella cucina di questo paese.

Ognuna di queste conchiglie viene aperta dalle mani esperte di numerose donne che lavorano qui per vendere i mabangas nei diversi mercati che orbitano intorno alla capitale, Luanda. Alla fine quello che rimane di questo faticoso e lungo lavoro sono le montagne di scheletri d molluschi che però acquistano nuova vita grazie a un gruppo di bambini che gareggia su di loro.

Questi bambini non conoscono parchi divertimenti e giochi all’ultima moda, perciò quello a cui possono affidarsi per potersi divertire è esclusivamente la loro sfrenata fantasia. Recuperano bottiglie di plastica, lattine di alluminio, pezzi di legno, polistirolo e reti da pesca per dargli nuova vita trasformandoli in barche, macchine, pupazzi e molto altro ancora.

Il loro gioco preferito è ovviamente lanciarsi dalla cima delle colline di gusci guidando i carapaci delle tartarughe lasciati dai pescatori sulla spiaggia. Fra di loro i più avventurosi si lanciano su questo slittino poco convenzionale in gruppi di tre, in altri casi i più esperti tengono sulle gambe i più piccoli. Conclusa la ripida discesa, l’adrenalina si mischia alla gioia, alle risate e alle urla dei bambini che trovano che questo sia il divertimento più bello del mondo.

Coelho, grazie alla riscoperta delle sue origini e al rapporto sincero creato con le persone che popolano le sue fotografie, ha confessato di essersi trasformato in una persona molto più semplice e umana ripensando alle priorità della propria vita.

Per entrare nel mondo degli angolani e farsi accettare nella loro comunità ha dovuto mostrarsi umile, rispettando la loro privacy e i momenti di silenzio. Gli incontri vissuti in questo luogo hanno arricchito la vita dell’artista e siamo certi che le sue fotografie vi faranno conoscere un tipo di gioia diverso e uno spaccato di mondo lontano dal nostro e dal quale possiamo imparare molto.

 

testo: Rebecca Piva

JOÃO COELHO

Evito di fotografare persone o scene che, a causa della loro violenza, oscenità, razzismo o credenze religiose, vanno oltre ciò che è accettabile, anche dal punto di vista documentaristico o fotografico giornalistico.

Ho sempre sentito una forte attrazione per l’arte in tutte le sue dimensioni, la fotografia è nata naturalmente insieme a questa passione. Ricordo di aver divorato tutto ciò che potevo ottenere da libri, riviste o mostre prima dell’avvento di Internet. Sono sempre stato un fotografo autodidatta da quando il sogno ha cominciato a concretizzarsi a 18 anni con l’acquisto della mia prima macchina fotografica. Tutto quello che conosco e faccio oggi è stato il frutto di innumerevoli tentativi ed errori, di uno spirito di autocritica diventato sempre più esigente e di un’enorme volontà di fare meglio.

Per diversi motivi, la fotografia è rimasta in letargo nella mia vita per quasi 10 anni, da quando torno in Angola, il paese in cui sono nato e ho vissuto un’infanzia di cui conservo ancora oggi i momenti più belli. Un ritorno alle mie origini per lavorare in progetti pubblici in ambito sociale, ma soprattutto con un’altra motivazione: rispondere al fascino emotivo e sentimentale della terra che ho lasciato bruscamente nella prima adolescenza e che ostinatamente non mi ha mai abbandonato.

Il contatto più diretto e profondo con l’Africa, con la sua impressionante tavolozza di colori, suoni, odori e momenti davvero unici, ha risvegliato rapidamente in me una sensibilità speciale per gli aspetti umani che mi circondano e mi ha portato a guardare più da vicino le persone e il modo in cui vivono e lavorano. Nasce così un’enorme volontà di catturare emozioni, sentimenti o stati d’animo e raccontare storie attraverso fotografie che documentano la condizione umana. Sono storie di sopravvivenza e di vita dura di persone molto semplici, ma dove ci sono anche momenti meravigliosi di dignità, orgoglio, aiuto reciproco, gioia e innocenza.

La grande vicinanza che caratterizza la stragrande maggioranza del mio lavoro mi obbliga ad avvicinarmi ai miei soggetti che spesso vanno oltre il solo contesto fotografico. È assolutamente essenziale creare empatia con le persone che fotografo. Spesso è la fiducia che si acquisisce nel tempo per essere accettati nel loro ambiente e agiscono con naturalezza in mia presenza. Per questo è necessario essere umili e semplici come loro e saper comunicare, parlare la loro lingua o anche il loro slang. O semplicemente rispettate il loro silenzio o la loro privacy. Conosco i loro nomi, le loro vite, le loro storie, questo è importante per me quanto la fotografia stessa.

Il lavoro fotografico che ho svolto in Angola mi ha portato a ripensare il mondo e il modo in cui ci vivo, a guardare le persone e il modo in cui vivono in modo diverso e a relativizzare i miei desideri, i miei desideri e le mie aspettative. Oggi sono una persona più semplice e più umana.

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