JANE MCADAM FREUD – L’AUTORITRATTO IMPOSSIBILE

opening 28 novembre 2017 – ore 18.30
mostra fino al 22 aprile 2018

Jane McAdam Freud   

L’Autoritratto Impossibile – Freud’s study merge

a cura di Viana Conti con Christine Enrile

 

Milano – Martedì 28 novembre alle ore 18:30 si inaugura alla C|E Contemporary la personale Jane McAdam Freud L’Autoritratto Impossibile – Freud’s Study Merge, del ciclo tematico Arte e Perturbante, a cura di Viana Conti con Christine Enrile, di cui l’artista pronipote di Sigmund e figlia di Lucian Freud, è figura di riferimento.

 

La mostra, che segue quelle dell’artista svizzera Chantal Michel – L’inquiétante Étrangeté e di Giuliano Galletta – Non mi fare paura mette qui in opera una catena di slittamenti in cui l’autoritratto si dà e si dilegua come “irretimento” materiale e metaforico del doppio, coazione a ripetere, sulla dinamica del gioco del rocchetto Fort/De (S. Freud, Al di là del principio di piacere 1920) anagramma, moto di spirito, dialogo tra sé e l’altro, passato e presente, ciclo tra vita- morte-vita, Personale/Impersonale, Estraneità/Familiarità

La lettura dell’opera dell’artista britannica Jane McAdam Freud (nata il 24 Febbraio 1958 a Londra) non può prescindere dal fatto che l’identità di un soggetto partecipa di un flusso di relazioni che lo precede e gli sopravvive. Non è ininfluente, in particolare nel suo caso, il rapporto psico-biologico-culturale, extime-intime – secondo una terminologia lacaniana – con la genealogia familiare e il fattore del DNA nella linea della discendenza dal bisnonno Sigmund (Freiberg 1856-Londra 1939) neurologo, filosofo, scrittore, fondatore della psicoanalisi, e dal padre Lucian Freud (Berlino 1922–Londra 2011) pittore tedesco naturalizzato britannico, espressionista e realista esasperato, amico e sodale di Francis Bacon, che lo aveva definito artista realista senza essere reale. La fisiognomica scientifica ipotizza una qualche correlazione tra gli elementi strutturali del viso e i tratti caratteriali del comportamento: ipotesi avvalorata dall’inconfutabile rassomiglianza fisica tra il volto del padre Lucian e quello di Jane nel puzzle a photocollage che li vede rispecchiati l’uno nelle fattezze dell’altra. Corrispondenze si evidenziano anche in relazione alle scelte formative in campo artistico: la pittura per il padre, la scultura, primariamente, per la figlia. L’opera multimediale (scultura, bassorilievo, disegno, pittura, scrittura automatica, anagrammi, Macchie di Rorschach, installazione, fotografia digitale, video) di un’artista versatile come Jane McAdam Freud, potrebbe fondatamente trovare anche un ulteriore riferimento scientifico nella Neuroestetica, interrelata alle scienze cognitive, teorizzata dal ricercatore britannico Semir Zeki. In fatto di costellazione familiare, è noto che Katherine Margaret McAdam, madre irlandese della scultrice, separandosi dal coniuge – impegnato in diverse relazioni extraconiugali che gli hanno dato, a quanto si dice, quattordici figli legittimi accanto ad altri non riconosciuti – non esita a elidere dal suo il cognome Freud. La figlia maggiore Jane, divisa dal padre dal 1966, all’età di soli otto anni, riacquista il cognome Freud ventitré anni dopo, da artista ormai nota e pluripremiata, in un desiderato e attuato ricongiungimento alla figura paterna – autodefinitasi, non senza ironia, il migliore dei padri assenti – in prossimità della sua scomparsa nel 2011.

Gli autoritratti dell’artista, in disegno, pittura, modellato con rete metallica, calco in terracotta, taglio in pietra, fotografia, accostati ai ritratti del padre e del bisnonno, sembrano provenire da lontano e guardare lontano, avvolti nel silenzio del Tempo, affiorati dai meandri della memoria, inquietanti come dei revenants, immersi nell’aura sacrale della Grande Storia dell’Uomo e della Mente, che li accompagna e li sovrasta. Oh…Ineluctable modality of visible…shut your eyes and see ! (James Joyce, Ulysses).

 Altamente significativo, nell’ambito della produzione estetico-concettuale del ciclo Freud’s Study Merge di Jane McAdam Freud, è il video, in mostra, Dead or Alive/Vivo o Morto, 24’ 55”, realizzato nei venti mesi di residenza all’interno del Museo Sigmund Freud di Londra, tra il 2005 e il 2007. L’artista vi attiva un dispositivo di immersione-fusione-sostituzione, di segno materiale e immateriale, delle sue sculture a quelle arcaiche della collezione del bisnonno. Celebrando un rituale d’ identificazione, l’artista depone materialmente e riprende con la video camera le sculture, da lei realizzate, sul leggendario lettino di analisi freudiana, avvolto da tappeti persiani, quasi per essere analizzate a loro volta. La narrazione video-acustica risulta di alta qualità empatico-emozionale, a partire dalla voce vibrante e intimamente incrinata, come le venature di un cristallo, che accompagna lo scorrere delle immagini e il sonoro. L’artista ricorre all’espediente filmico della dissolvenza incrociata per sovrapporre, ad una ad una, le sculture da lei modellate a quelle selezionate da Freud, arrivando a formalizzare un terzo soggetto/oggetto, sospeso nella mente di chi guarda, esito di una fusione delle due identità, quella di Sigmund e quella della bisnipote Jane. Come si evince dalla sua presentazione del lavoro, la scultrice britannica attribuisce un significato profondo a tal gesto di sostituzione, scaturito da due momenti successivi da lei denominati pairing and replacing. Il riferimento al ready made duchampiano, proposto dall’artista, a mio avviso è più alchemico-simbolico-cerimoniale che reale, non trattandosi di oggetti anonimi quotidiani, di possibile provenienza industriale, ma di creazioni artistiche, da ambo le parti, mentre rilevante, a partire dalla critica d’arte post-Duchamp, diventa invece la lettura dell’opera da parte di un soggetto esterno. In tale scenario è la figura assente, divenuta il fantasma di un rimosso infantile, che diventa energia vitale, motore di un ciclo, vita-morte-vita, inarrestabile. Onirico/creativo, il video Dead or Alive mette verosimilmente in opera i dispositivi freudiani di condensazione (compressione di un contenuto latente in un segno manifesto=qui identificazione) e spostamento (sostituzione di un significato manifesto con uno non corrispondente a quello latente=qui passato/presente-morte/vita) analizzati da Freud in Die Traumdeutung.

 

 

L’attività scultorea tutta di Jane McAdam Freud, è sottesa ad un’impalpabile struttura arborescente, che tende a dissolversi in un pregnante lavoro manuale e antropologico, su un versante, onirico e immaginativo su un altro. Tale condizione è percepibile a partire dal bassorilievo della medaglia fino ad arrivare al volume del monumento, del busto, della megamaschera bifronte, del calco, dell’Earth Man, delle Stone Speak, delle Mesh Head, dei Taken/Nekat, dei Subjective Objet, dei Portrait e Self Portrait multidimensionali, dei vibranti, erotici, After Bacon, fino all’articolazione composita dell’installazione ambientale. Ricorrente è il gioco linguistico di messa in evidenza di componenti di parole o concetti per lei significativi: Art/Earth, This Here, Down to Earth, o di anagrammi come Part/Trap, Taken/Nekat, leggibili come omonimie subliminali, riconducenti a possibili corrispondenze latenti di nomi e cose. Sia nella scultura mai realizzata, ma sempre desiderata, fin dagli esordi, da Lucian Freud, che in quella mai interrotta di Jane McAdam Freud, si realizza quell’apertura di un varco, quella dischiusura di uno spazio, che non viene occupato dall’opera, ma inaugurato, come teorizza Heidegger nel suo Die Kunst und der Raum/L’Arte e lo Spazio. A partire da un pensiero condiviso da Freud e Heidegger sull’inscindibilità tra Personale e Impersonale, Quotidiano e Mentale, Soggetto e Maschera, ciò che risulta ontologicamente inafferrabile nell’opera di Jane McAdam Freud è proprio il suo autoritratto. Mostra del ciclo Arte e Perturbante mette qui in opera una catena di slittamenti in cui l’autoritratto si dà e si dilegua come “irretimento” materiale e metaforico del doppio, coazione a ripetere, sulla dinamica del gioco del rocchetto Fort /Da (S. Freud, Al di là del principio di piacere, 1920), anagramma, motto di spirito, dialogo tra sé e l’altro, passato e presente, ciclo tra vita-morte-vita, Personale/Impersonale, Estraneità/Familiarità. Si coglie un aspetto fenomenologico-antropologico nel divenire stesso della forma scultorea tra le mani di Jane McAdam Freud, quasi a voler plasmare e collegare la dimensione mitica della sua provenienza alla sua attualità esistenziale, fatta di un’autenticità che troverebbe compimento nel superare l’angoscia dell’essere per la morte – Sein zum Tode da Essere e tempo in Heidegger – vissuto come traguardo della vita.

Premessa

Il titolo Arte e Perturbante, di ordine tematico, dato a questo secondo ciclo espositivo in divenire, dopo quello di Estetica del Gusto – Delizie e Veleni di un Menù di Massa, 2015, a cura di Viana Conti, intende ricondurre alla modalità in cui l’artista esprime una condizione emozionale non solo ambivalente, ma addirittura antitetica. Il Perturbante qui interviene come categoria estetica, sia essa visuale, musicale, concettuale, oggettuale, letteraria, performativa o filmica, analizzata nel suo dar adito ad un paradosso cognitivo. In tedesco il termine Heimlich, che significa familiare, intimo, si colora, nella sua perversione lessicale, del significato del suo opposto Unheimlich, che significa estraneo, non familiare.

Viene a crearsi così uno stato di frizione destabilizzante, a livello di senso, già a partire dalla sua definizione, che riconduce, in tal modo, al territorio psichico del turbamento. L’accezione del termine Il Perturbante in Ernst Jensch, lo psichiatra tedesco che lo ha usato, nel 1906, per primo, va intesa come indecidibilità tra le categorie di animato e inanimato, con l’esito di una conseguente dissonanza interpretativa. Con Friedrich Schelling l’Unheimlich si identifica con l’affioramento di ciò che deve restare nascosto, con il ritorno del rimosso infantile. A partire dal racconto di E.T.A. Hoffmann Der Sandmann/L’uomo della sabbia (1815), il riferimento ai giocattoli e agli automi diventa immediato. Ineludibile un rimando a Walter Benjamin quando individua, nel legame che il bambino intrattiene con il giocattolo, lo stesso rapporto feticistico che lega il collezionista al suo oggetto di collezione. Al termine Perturbante accenna, una prima volta, Freud in Totem e Tabù nel 1912-1913, riprendendolo, nel 1919, nel suo noto saggio Das Unheimliche, tradotto in Italia con il titolo, appunto, di Il Perturbante. Nel tempo, sarà poi con il critico letterario Francesco Orlando, formatosi alla lezione freudiana, che Il Perturbante diventerà Il Sinistro. Il termine Spaesamento viene talvolta usato con una connotazione affine. Quando in un’opera d’arte affiorano icone, figure, simboli, trasalimenti, sensazioni, scene primarie, riscontrabili anche in un inconscio collettivo, allora è agli archetipi (urtümliches Bild), teorizzati nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, che è lecito riferirsi. Anche Guy Débord, mettendo in opera, con il détournement, una deriva estetico-percettiva, spezza linguisticamente i topoi della consuetudine e della convenzione, in ambito storico e contemporaneo, attuale e virtuale.

Il ciclo espositivo, che viene, di volta in volta, documentato da una pubblicazione bilingue (italiano/inglese o tedesco) edizioni C|E Contemporary, è teso a individuare e analizzare, nell’apporto creativo di ogni artista e nella relativa soluzione estetica, giusto la scintilla scatenante quel cortocircuito interno e quella dissonanza cognitiva, che ingenerano, nell’opera, la condizione del suddetto turbamento.

Questo ciclo internazionale si è aperto con l’artista svizzera Chantal Michel è proseguito con l’artista italiano Giuliano Galletta, e vede adesso protagonista l’artista inglese Jane McAdam Freud, figlia dell’artista tedesco, naturalizzato britannico, Lucian e pronipote dello psicoanalista austriaco Sigmund, a cui seguiranno le mostre di Mauro Ghiglione e con il video-artista svizzero Peter Aerschmann.

 

 

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